COP30 a Belém: quando il clima entra nella foresta
Più di 50 mila persone si sono date appuntamento per dieci giorni a Belém, capitale dello stato del Pará all’ingresso dell’Amazzonia.
Uno dei tratti più rilevanti della COP30 è stata la partecipazione senza precedenti della società civile e delle popolazioni indigene e tradizionali. Migliaia di persone provenienti dalla Pan-Amazzonia e da altri territori del mondo hanno preso parte ai negoziati, agli eventi paralleli e alle mobilitazioni. Anche Emanuela Evangelista, biologa e presidente di Amazônia ETS, ha partecipato insieme a un gruppo di rappresentanti del Parco Nazionale dello Jauaperi.
«È stato raggiunto il più alto livello di inclusione di rappresentanti indigeni e comunitari nella storia delle COP», sottolinea Evangelista. «Hanno portato visioni e soluzioni basate sulla natura e sulla conoscenza ancestrale, mostrando che esistono modi diversi di abitare il pianeta».
Le manifestazioni pacifiche, le marce e i vertici paralleli hanno avuto un impatto concreto: tra i risultati, anche l’ottenimento della protezione di nuovi territori indigeni. La COP di Belém ha dimostrato che le voci delle popolazioni della foresta, quando trovano spazio, possono incidere.
Amazônia nella Zona Blu: 25 anni di esperienza sul campo
In questo scenario, Amazônia ETS ha partecipato attivamente alla COP30. L’organizzazione è intervenuta in due eventi ufficiali nella Zona Blu. Il primo, il 10 novembre nel Padiglione Italia, dal titolo “Amazzonia: strategie e buone pratiche per evitare il collasso — un’esperienza di 25 anni”, ha offerto un dialogo tra Europa e Brasile sulle soluzioni concrete per la conservazione della foresta. Insieme a Evangelista sono intervenuti Jonas da Rosa Gonçalves di Amazon Charitable Trust e Alda Brazão, leader indigena dell’etnia Baniwa e rappresentante della cooperativa comunitaria CoopXixuaú.
Il secondo appuntamento, il 17 novembre, è stato il side event internazionale “Blueprint dall’interno: una vita di azioni climatiche concrete sul campo”, co-organizzato con Amazon Charitable Trust. L’incontro ha esplorato il ruolo delle collaborazioni scientifiche e comunitarie nel rafforzare la capacità locale e promuovere una transizione giusta, radicata nei saperi tradizionali.
«La giustizia climatica e quella ecologica oggi chiedono con forza la difesa delle foreste», ha affermato Evangelista. «Evitare il punto di non ritorno in Amazzonia significa deforestazione zero e riforestare. In entrambi i casi, i popoli della foresta sanno come fare. Sta a noi ascoltarli».
Risultati e limiti della COP30
Dal punto di vista negoziale, la COP30 non ha prodotto una roadmap globale condivisa per l’uscita dai combustibili fossili, ma ha segnato alcuni passi avanti. È stato raggiunto un accordo per triplicare i fondi per l’adattamento climatico entro il 2035 e, soprattutto, è emersa la più completa mappatura globale dei Paesi disposti ad allontanarsi definitivamente dalle fonti fossili.
«Una roadmap per accelerare la transizione è ormai necessaria e inevitabile», spiega Evangelista. «Avremmo voluto un risultato più ambizioso, ma i processi avviati continueranno a orientare il dibattito internazionale nei prossimi mesi».
Sul fronte della deforestazione, restano forti criticità. Il documento finale riconosce l’urgenza di fermare e invertire la perdita di foreste entro il 2030, ma senza definire un piano d’azione globale. Intanto, l’Amazzonia continua a perdere miliardi di alberi ogni anno e a subire eventi climatici estremi sempre più frequenti.
Un processo collettivo, un “mutirão” globale
Il testo finale della COP30 è stato intitolato Global Mutirão, richiamando un concetto profondamente amazzonico: l’azione collettiva necessaria quando il singolo non può farcela da solo. È una metafora potente per descrivere la sfida climatica.
«L’azione climatica globale è un movimento collettivo», conclude Evangelista. «Avanza anche in assenza di pochi attori negazionisti, cresce nelle strade e nei negoziati, nelle scienze e nelle conoscenze ancestrali. E, come un mutirão, richiede che tutti remiamo nella stessa direzione».
La COP30 di Belém è stata un tassello, non una conclusione. Ma aver portato il mondo nel cuore dell’Amazzonia ha reso evidente una verità sempre più difficile da ignorare: senza la foresta e senza chi la abita, non esiste una soluzione credibile alla crisi climatica.















